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Valeria Marini, Lezioni Intime (post chilometrico che contiene: Cecchi Gori detto Duracell, un santino di Padre Pio gemellato con una foto della Marini, il Tatto di Tette, il Gabinetto da Rimorchio, fenomeni paranormali, una pompinara del Re Sole, un neologismo rivoluzionario, il Pacco D&G e la posizione acrobatica 7 e 40, oltre a un sacco di altre cose terribili)

valeria marini lezioni intimeIl libro di Valeria Marini l’hanno fatto così: lei mezza morta sul letto “rotondo con lenzuola di seta e coperta in visone epilato” [1] che strafatta di Chanel numero cinque biascica un paio di cazzatelle sconnesse al telefonino (”Cecchi Gori soldoni io avere smalto unghie io essere femmina tanga Cecchi Gori nano hobbit”) e questo tipo, Gianluca Lo Vetro (un viscidone che vaneggia di moda su DonnaModerna - leggi: lecca il culo a chiunque gli capiti a tiro), che cerca di ordinare le cose dandogli un minimo di coerenza, sistemandoci intorno una qualche storiella estroversa (in prima persona) riempita di cretinerie fricchetton-esistenzialette da biscotto della fortuna (un miscuglione irresistibile di febbre citazionista: da Erich Fromm a Confucio ad Albert Einstein ad Antoine de Saint-Exupéry fino poi a Pier Francesco Pingitore, Cesare Lanza e Laura Pausini), qualche considerazione forbita da rubrichetta scema di psico-sociologia spicciola (in terza persona - dove Lo Vetro vuole dimostrare che Valeria Marini non è un paracarro qualsiasi ma un’artista furbissima che ha trasformato se stessa in un’opera d’arte, un’icona pop, un simbolo grandioso dei nostri tempi [2]), vari numerosi upgrade scolastici che dovrebbero attestare gli interessi non solo trucco/parrucco di Valeria Marini (così accanto a “preferisco i libri fotografici, con le immagini da sfogliare più che da leggere”, c’è Valeria Marini che consulta il Washington Post, è un’espertona di Buñuel, è sicurissima che García Lorca non sia un giocatore del Real Madrid, adora e si identifica in Jean Harlow, ha familiarità con Dorothy Parker, emenda affettuosamente citazioni flaubertiane e usa con ricorrenza impressionante “onirico” - per lo più ovviamente come attributo felliniano) e poi gli immancabili giochini di parole tanto ricchi di fascino e umorismo (”di-amanti”, “se-dotti”, “cine-presa” [3]) e le espressioncine creative per definire questa o quella stronzatina (”Marining”, “Scavallamento”, “SMSex” - v. sotto [4]) così facciamo finta che non si tratta soltanto di sfoghi d’idiozia disperata ma di pose giocosamente consapevoli. Nell’introduzione il tutto è sintetizzato in questo modo, che mi sembra azzeccato:

le mie confidenze inframmezzate da simpatici aforismi, a loro volta corredati da segni benaugurali come un almanacco da Frate Indovino: pillole vitaminiche sull’esistenza, il destino, l’amore, la carriera, il sesso, l’amicizia. Sino a questioni tipo il tanga per me comunque fondamentali

Ma andiamo nel dettaglio [5]. Potete già intuire la grandezza dell’opera dal titolo del primo capitolo, Il dito in bocca, dove Valeria ci si presenta come una bambinona ingenua dedita a viziucci neanche troppo ambigui

Sino a quattordici anni ho continuato a succhiarmi il dito. Lo facevo nel sonno, inconsciamente, ma anche di giorno, di nascosto […] e se mi sono succhiata il dito sino a quattordici anni, cosa posso aver fatto dopo?

E lo so che non è bello lasciare in sospeso un domandone del genere, ma il sesso direi di conservarcelo come ciliegina finale (una piccola anticipazione in tema, ok: la Marini pensa che gli amici la chiamino “flauto magico” perché “trasmetto e al tempo stesso attiro”) - parliamo un po’ di Valeria adolescente, che faceva la cameriera nei villaggi vacanze per pagarsi le trasferte da modella a Milano (i genitori erano contrari - e sul tema ha composto una filastrocca motivazionale che fa così: “autonomia, autonomia, per piccina che tu sia, rendi adulta la vita mia”), ed è proprio in un villaggio che ha conosciuto la sua prima anima gemella, Lorenzo Cherubini non ancora Jovanotti,

fortissimo, grintoso, unico! Faceva suonare i dischi come un direttore d’orchestra con i musicisti, riusciva a creare straordinarie sinfonie moderne. Aveva la musica nel sangue e il ballo nelle vene. Give me five!

Adesso nelle interviste nega (lui scandalizzato deve aver minacciato un bombardamento di querele) e ci va giù prudente dicendo che “no no, è stato solo un incontro”, ma nel libro c’è scritto esplicitamente, che “Lorenzo mi aveva sedotta dicendomi che ero la più bella del mondo” e che “mi ha pure dedicato una canzone” (non vuole dire quale, ma “basta fare caso ai testi dei suoi maggiori successi” - boh, secondo me è sei come la mia moto sei proprio come lei), ancora oggi “ogni anno, il 10 agosto, osservo il cielo e penso a lui che mi ha insegnato a guardare le stelle cadenti”, perché non c’è dubbio che erano anime gemelle,

andando a vivere a Cortona, dove dà da mangiare ai gatti via dalla pazza folla dello show biz, Lorenzo ha per esempio realizzato l’utopia della giovane Valeria che desiderava aprire una fattoria per soccorrere gli animali abbandonati [6]

e non solo, è talmente ovvio

Marini e Cherubini fanno pure rima

Non era una ragazzina sprovveduta: già all’epoca Valeria ha imparato una lezione di vita fondamentale, confermatasi poi col passare degli anni (i genitori che si separano quando lei c’ha sette anni, la stagione al villaggio di Jovanotti che comincia il sette maggio, a Milano che vive al civico sette, sul treno che spessissimo le capita la carrozza sette, il settimo giorno del mese nel camerino sette alla settantasettesima replica del suo primo spettacolo teatrale quando realizzò d’aver sfondato, la quarantasettesima edizione - conta la seconda cifra - del Festival di Sanremo in cui fece da valletta), la lezione è:

Scopri il più presto possibile il tuo numero. Ti accompagnerà per sempre e ti aiuterà a prendere le decisioni più importanti

Non è una cosa da tutti, scoprirlo così precocemente; e Valeria infatti non è una persona come tutte le altre, ha una sensibilità specialissima che la mette direttamente in comunicazione con le forze immateriali dell’altro mondo, rendendola addirittura capace di chiaroveggenza:

Spesso in una stanza mi capita di percepire la presenza di anime o entità strane. Sistematicamente faccio sogni premonitori. Ho presagito più di un cambio di governo, azzeccandone il futuro premier. Ho vissuto anche fuoriuscite dal mio corpo

E’ persino venuta a conoscenza dell’identità di una sua precedente incarnazione, che guarda caso c’aveva il nome che ricorda il suo, ed era un puttanone scatenato d’alto bordo (ok che qui siamo tutti super-razionali e scetticissimi ma insomma, bisogna ammetterlo: messa così, be’, ha una sua certa plausibilità):

Posso narrare la storia di una concubina della quale ho la certezza di essere la reincarnazione, Louise de Valérie, appassionata amante del Re Sole, che viveva alla sua corte

E non è sicura al cento per cento, ma forse è stata pure pittrice:

Quando sono andata a vivere in via Margutta, noto quartiere romano degli artisti, mi sembrava di essere tornata a casa. Da notare: non dipingo e non ho mai preso un pennello in mano

Ma non fraintendete, non vuole essere blasfemia, da buona cattolicona per finta Valeria si dichiara fedelissima e praticante: cresciuta sulle pagine di rivistacce alla Oggi-e-similari, non può che essere devota del nostro caro amico Padre Pio; e grazie a Padre Pio - tu guarda la divina provvidenza! - ha fatto colpo su Alfonso Signorini, che scrive

Quando aprì il portafoglio, con la coda dell’occhio vidi tra i suoi documenti un’immaginetta di Padre Pio. Stupore dello stupore! Perché mio nonno era figlio spirituale del santo di Pietrelcina, per il quale in casa nostra c’è una vera devozione […] Il culto di Padre Pio ha legato Valeria anche a mia madre che adesso ogni sera all’ora del rosario dice una preghiera per la Marini. Mentre la sua foto con autografo campeggia nel soggiorno sotto quella di Padre Pio

E comunque. Valeria era impegnatissima a gettare le fondamenta teoriche del suo personaggio (”ho studiato sui libri e sui giornali il glamour delle dive degli anni Cinquanta, ho mescolato la seduzione bionda di Marilyn Monroe con la fisicità corposa di Sophia Loren e il brio di Gina Lollobrigida”) e muoveva i primi passi come attrice (”al corso di recitazione col metodo Strasberg“) quando cominciano a notarla alcuni grossi personaggioni, oggi stradefunti o completamente rincoglioniti (meglio: nessun rischio di querele a tappeto), che nella sua strampalata immaginazione autoincensante diventano protagonisti di imbarazzanti siparietti di adulazione:

Cinecittà, tardo pomeriggio. Un uomo mi segue. Sto al gioco. S’innesca una complicità maliziosa. Faccio finta di niente, ma lui ha capito che io ho capito. Quali sono le sue intenzioni? Intenderà corteggiarmi, provarci, molestarmi? Sono quasi eccitata da tutti questi interrogativi. Finalmente, il misterioso ammiratore rompe il silenzio. “Come ti chiami?” “Valeria Marini” gli rispondo, voltandomi di tre quarti. Solo a quel punto intravedo che il mio misterioso ammiratore è Federico Fellini in persona. La realizzazione di un sogno per me, di fronte all’inventore di quel mondo onirico che tanto mi aveva fatto fantasticare.

Fellini (che “mi risulta avesse scritto una parte appositamente per me” [8]) ma anche Zeffirelli (”dopo la Loren e la Lollo, c’è sicuramente la Marini” - questa può anche esser vera, ché Zeffirelli si sa, non ci sta tanto con la brocca) e Sordi (”avevo visto i suoi film, trovandolo fantastico nel ruolo di vigile […] mi ha fatto entrare in una dimensione onirica speciale” [9]) ed Enzo Biagi, a proposto del quale racconta un aneddoto molto buffo che sembra uscito da una puntata di mr. Magoo (cos’altro ha dovuto subire, povero vecchio),

Quando Biagi ha compiuto ottant’anni, alla festa con Agnelli, Prodi e Romiti, gli ho cantato Happy Birthday uscendo da una torta e imitando l’ineguagliabile augurio di Marilyn a John Fitzgerald Kennedy

valeria marini spiaggiataE poi va be’ il Bagaglino, la fama, il calendario (che non so chi gliela abbia messo in testa - oh bella, chi altri? dev’essere stato quel genio di Lo Vetro - la Marini crede d’aver contribuito a qualcosa di capitale, importantissimo, qualcosa che ha “cambiato profondamente il senso del pudore nazionale”, e che ha trasformato l’ex calendario da camionisti “in un punto d’arrivo artistico e professionale” - poveri illusi, è esattamente l’opposto) e la pubblicità cretinissima del Videochiamami (”le premesse astrologiche facevano faville: due attori e due registi, tutti nati sotto il segno del toro”) che - non l’avreste mai detto eh? - ha segnato il passo di una rivoluzione tecnologico-linguistica (delirio made in Lo Vetro):

Non è eccessivo sostenere che lo spot Videochiamami abbia fondato un nuovo genere di pubblicità: la reclame di cronaca vera. Per la prima volta il plot di un clip si è ispirato a una vicenda reale […] Ma a rendere questo spot un unicum senza precedenti è stato il neologismo dello slogan. Il termine “Videochiamami” ha registrato e classificato una nuova azione derivata dall’evoluzione dei mezzi tecnologici […] lo spot è diventato un tornasole dei tele-tempi, offrendo con un’operazione linguistica, una nuova voce alla lingua e al dizionario

E finalmente Vittorio Cecchi Gori (che appare nella sezione fotografica ritoccatissimo, blurato all’inverosimile, senza i suoi famosi quindici strati di pappagorgia). La prima volta che si sono incontrati lui le ha chiesto “ti dispiace se intanto mi faccio fare la manicure?”, e Valeria subito ha capito che c’avevano qualcosa in comune

Pensavo di essere la sola a discutere di lavoro mentre mi fanno i colpi di sole

Poi dopo, al ristorante

Vittorio si presentò con oltre un’ora di ritardo, aveva i gemelli della camicia sbottonati e i doppi polsi svolazzanti. “Scusa” tentò di giustificarsi “avevo un appuntamento con mia mamma”. Aveva fatto scoccare la freccia di cupido

Perché ovviamente “chi ha un rapporto sentito e profondo con la propria mamma è speciale”, e se poi la madre del tuo boyfriend si chiama come te, allora è fatta

Segno del destino. Era una persona meravigliosa, saggia e colta, con una laurea in lettere. Ci piacevano gli stessi film e nutrivamo le identiche passioni, come quella per le borse Chanel

Il fidanzamento con Cecchi Gori è partito alla grande, trombavano come ricci (attenzione!!! qui di seguito ci si riferisce a eventi che potrebbero facilmente indurre pensieri orrorifici quali “Cecchi Gori nudo”, “Cecchi Gori nudo che fa sesso”, “Cecchi Gori ha un pene”, “il pene di Cecchi Gori”) e non ne avevano mai abbastanza

Le nostre notti d’amore trasformavamo il talamo in un ring di incontri a più riprese in cui nessuno dei due gettava mai la spugna

e una volta in barca (la “nostra Love Boat”) con Tognazzi e la Izzo,

Siamo riusciti a raggiungere il record di due giorni chiusi in cabina… Ricky e Simona ci spedivano sms del tipo “Siete vivi?”, “Non avete ancora finito?”. Da quell’estate il mio instancabile amante avrebbe avuto un nuovo nome: “Duracell”

Poi purtroppo c’è stato il complottone, la bustina di coca che qualche nemico gli ha ficcato in cassaforte per incastrarlo, il loro amore che si spezza, una catastrofe mondiale (”alla notizia della nostra rottura, Leonardo Pieraccioni esclamò: E’ l’11 settembre dell’amore!“). Per fortuna che Valeria c’aveva qualche altro impegno a tenerla occupata: bazzicava da poco nel mondo degli stilisti di moda, che sognava dalla sua prima infanzia (”esprimevo la mia creatività vestendo e, soprattutto, svestendo le Barbie”). C’ha sempre capito moltissimo di moda, tra i suoi stilisti preferiti ci sono Anna Molinari,

La prima volta che le ho telefonato, mi ha conquistata senza neanche parlarmi. Il sottofondo musicale del centralino, infatti, era Diamonds are a girl’s best friend di Marilyn Monroe

e Dolce & Gabbana, perché

sono unici nel modellare quella parte dei pantaloni sotto la cintola, dove l’uomo deve dimostrare più “spessore”

ma la sua passione è anche il frutto di accurate ricerche storiche, per esempio quelle che ha effettuato su una “rara riedizione di tutti i Codici di Leonardo da Vinci” (conservata nella villa in Sardegna del suo amico Carlo Pignatelli),

su quei libri ho scoperto che il più grande artista di tutti i tempi disegnava anche costumi e si era occupato di biancheria intima. In materia, però, aveva idee diverse dalle mie. Leonardo, infatti, era contrarissimo agli slip da uomo. Li riteneva sconci e gli altri uomini dovevano portare i più casti mutandoni. Chi l’avrebbe mai detto che un artista così illuminato e lungimirante fosse per l’appunto un “mutandone”?

Le sue collezioni sono così all’avanguardia che s’è buttata su internet: ha costruito un avatar Second Life che rappresenta il suo obiettivo ultimo di fashion-seduzione, “le caratteristiche di grandi ammaliatrici in un solo profilo di femmina: O di Histoire d’O, Madame de Pompadour e Valentina di Crepax”; e già che c’era non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di una chattatina erotica (non è vero niente: a dargli una tastiera la Marini fa come le scimmie di 2001, prima se le rigira tra le mani guardandola perplessa e poi scocciata prende a sbatacchiarla per terra divertendosi come una matta)

Da qualche tempo chattavo con un’altra identità come tutti i navigatori di Internet: il cosiddetto nickname. Sul web avevo intrecciato un rapporto con “Piccolo Principe” che si dipingeva come il mio tipo ideale. On line abbiamo fatto l’amore più volte. E così ho ricevuto anche il battesimo dell’etere

E il sesso, ok: il sesso. C’è l’ultima parte del libro che si chiama Seduzionario (ah no è la penultima, l’ultima è la V. pedia [10]) in cui Valeria ci dà qualche consiglio per essere più desiderate e rimorchiare meglio (roba che in confronto Biagio Antonacci col suo “hai impegni per i prossimi quindici anni?” è un bambino alla prima cotta), state a sentire - anzitutto, mani e piedi

La mano non deve sembrare una raspa e il piede non deve agire come la tela smeriglio… Men che meno se si spinge in certe parti del corpo. Prima di andare a dormire spalma della vasellina sulle estremità, indossando guanti e calzini per farla assorbire durante la notte. E tatua le tue unghie con gli strass: illuminano ogni tuo gesto

il corpo impanato,

Cospargiti di vitamine in crema. Aggiungi l’aloe che idrata e il burro di cocco che ammorbidisce. Il latte di mandorle che ammorbidisce e profuma la pelle. Il tutto condito con un’abbondante manciata di sale che drena i liquidi e la negatività

la biancheria intimo-geologica,

Tanga. E più di uno, stratificati. Prolungano il piacere dello strip

i trampoli perenni,

A spillo il più spesso possibile. Allungano la gamba e contraggono la natica, rassodandola. Ti manca la coda alzata e sei una gatta in calore… Non scendere mai dai tacchi. A maggior ragione se sei nuda.

E le strategie d’approccio, al bar (al bar?)

Sullo sgabellone del bar usa il “tatto di tette”: sporgiti come da un balcone e sfiora col tuo davanzale il suo braccio, scusandoti subito per il fortuito con-tatto

e il “gioco di sguardi”, che è il suo cavallo di battaglia (la cosa del portacipria mi fa impazzire),

Quando incroci gli occhi della tua preda, fissali per cinque secondi, contandoli col pensiero. Poi cambia improvvisamente obiettivo. Se non riceve il messaggio è impegnato, sposato, gay. Per fare ancora più la seduttiva, voltati leggermente di spalle, apri il portacipria col pretesto di rinfrescare il trucco e lanciagli occhiate dallo specchietto.

ma non bisogna esagerare, “niente sguardi su particolari come fede e orologio”, sennò si passa per una “ragazza in cerca di un matrimonio d’interesse”, piuttosto

Fai un’eccezione per la zip dei pantaloni con annessi, connessi, sovrastanti e sottostanti. E non dimenticare le mani: la dicono lunga anche sulle lunghezze.

Si può eventualmente ricorrere al “Marining”,

Dare da intendere di essere senza mutandine

o allo “Scavallamento”,

Gioco di accavallamento e scavallamento delle gambe, complice del Marining

Poi c’è il gabinetto, che secondo la Marini sarebbe un “grande alleato delle donne” (sì, in una sceneggiatura di Tinto Brass), perché

Se lui non ti ha ancora notata e va in toilette, seguilo cercando di incrociare il suo percorso. Se ti bloccherà il passo, mettigli una mano sul braccio, bisbigliandogli “Scusa” con gli occhi bassi. Se continua a guardati dopo che sei passata, rispondigli con un sorriso incoraggiante. Se ti segue nella toilette femminile, digli un po’ stranita “Cosa fai?” ma lascialo fare

A un passo dal traguardo

Metti l’uomo in condizione di fare l’uomo: lascia che sia lui a baciarti per primo. Se proprio non resisti, usa questa tattica: fagli chiudere gli occhi, sfioragli le labbra con le tue e digli “Hai visto quante stelle ci sono nel cielo stasera?”

E se riesci a trascinartelo a casa mi raccomando chiudi sul balcone gli animaletti domestici, che in certe situazioni possono essere dei bei rompiscatole

Un cane può leccare, un gatto graffiare e un pappagallo cantare sul più bello. Il più sicuro sarebbe un pesce che resta muto nella sua boccia. Ma in camera ce n’è già uno, che magari fraintende e non gradisce

Ricordatevi il preservativo (”certo, ma colorato e aromatizzato”), e per quanto riguarda i preliminari (non ho capito bene se intende suggerire il maneggìo delle palle oppure, boh, i litchis nel culo - che son pure ruvidetti, ahia - ma no no, allude alle palle)

Quando fai l’amore con la bocca non stare con le mani in mano. Riuscirai a fare due cose in una, prendendo i proverbiali “due piccioni con una fava” e moltiplicando il suo piacere. Fai pratica coi litchis: “flutto amole” come dicono i cinesi.

E se proprio volete strafare c’è la posizione inventata da Valeria, il 7 e 40:

Realizzarla è ai confini dell’equilibrismo. Immaginatevi lei, inginocchiata, che descrive un 4 e lui un 7 con una bella stanghetta pronunciata.

[1] su questo letto qua, o su quello firmato Marta Marzotto: “coperta di volpe rossa con sotto un antico broccato d’oro del Rajasthan”
[2] a Lo Vetro gli piace un sacco il nome Andy Warhol, è una specie di riflesso pavloviano, appena vede una cosa colorata e appariscente si entusiasma e dice Andy Warhol: uh che emozione le scarpe di Paciotti tigrate con lo sbuffino di pelo verde, Andy Warhol! uh che emozione guarda là quella spazzatura coi frutti marci dai mille colori muffosi, Andy Warhol!
[3] mi piace molto il giochino di parole che Lo Vetro attribuisce a Emilio Fede, per cui la Marini andrebbe in chiesa a cercare “l’as-soluzione”
[4] sugli SMSex ci fa la misteriosa panterona, “potete leggerli solo se li ricevete” (e va be’, sai che sforzo di fantasia, ve lo dico io come fanno di solito: “io trombare te tu bono hobbit impaccato io tre tanga uno sopra l’altro te tu volere io strippo?”)
[5] s’è parlato molto dei suoi due aborti - che scandalo! - ma chissenefrega, è un pezzettino tra i meno succulenti (e poi scusate, oh, ma che moralismo chiesotto da due soldi: gli impicciava d’andarci in barca, e allora? ha fatto bene)
[6] è uno dei pezzettini in terza persona, dove Lo Vetro fa l’esegeta marinologo
[7] la fede l’ha avvicinata anche a Matteo Marzotto - avete presente no? quell’inutile ken parallelepipedico sempre inamidatissimo che le serate di beneficenza le chiama “ciàriti” - si sono conosciuti “in Vaticano a un concerto di Natale”
[8] “Posavo sulla copertina di schiena, col fianco proteso verso il lettore. Federico prese una penna e scrisse sul mio gluteo: “Ho deciso, abito qui”. L’ennesima conferma alla mia teoria sulla centralità del fianco
[9] quello con Sordi di cui si vanta tanto è un film di quelli che puoi spostarli in qualsiasi altro paese del mondo e il risultato rimarrebbe lo stesso, che so, “il peggior film di tutti i tempi del cinema zimbabwiano”
[10] lista ordinata alfabeticamente di cose mariniane tra cui vediamo potrei citarvi “CD: ne ho registrato uno sperimentale uscito in pochissime copie: Insieme… si canta meglio” e “COLORE: Fucsia” e “NOTTE: sto sveglia, dormire è tempo perso” e “POLITICI: Stimo Berlusconi e ammiro Bertinotti” e “QUADRI: trovo geniali quelli di Andy Warhol” (grande Lo Vetro)


Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.

E accidenti ci sono riusciti, ok, un successone - l’abbiamo già detto - grazie alle sceneggiate trash di quel pipparolo dams merlettato [2] hanno fregato un mucchio di idiotini pretenziosetti a cui evidentemente basta pochissimo (sfottere la Ventura e Facchinetti) per bearsi della propria minuscola superiorità pseudoculturale; ma adesso che Morgan s’è dato [3] e con lui di conseguenza sono venuti meno l’hype della trasmissione e tutto il mucchione di idiotini, adesso che è stata avviata la fase due dell’operazione (vendere vendere vendere prima che qualcuno cominci a tornare in sé e scuotendo la testa alla cassa del mediastore si ritrovi tra le mani il cd di Giusy Ferreri e si chieda raccapricciato “eh? cosa? chi? come?”), adesso che questo dozzinale spettacolone che sproloquiava di musica e talento e originalità s’è concluso, be’, cosa ne rimane? Cosa rimane di X-Factor? Oh, è buffo, ne rimane la stessa cosa che rimane di Amici: un gruppetto di poveri disgraziati e inutili canzoncine che sbiadiscono piano piano e tutt’intorno una terrificante poltiglia di dementi adoranti con la data di scadenza (nella stragrande maggioranza dei casi - e va be’ dai, giustificabili - minorenni).

E’ molto istruttivo in questo senso farsi una navigatina nei forum dedicati ai due finalisti, Aram Quartet e Giusy Ferreri. Gli Aram Quartet, lo sapete, sono quel gruppetto di stonatoni male assortiti composto dal truzzino fighino aspirante provinista di Amici, il capellone originaletto ma non troppo (l’occhialetto bianco nerdarolo è la sua ultima trovatina), un extracomunitario clandestino che fa i kebab di ratto alle feste dell’unità e uno gnomo storto cinquantenne che fa il venditore porta a porta di sciampo anticalvizie; oltre a soffrire dunque una formazione chiaramente destinata al fallimento (i due orridoni, tra l’altro, non sono manco niente di speciale come cantanti, e il kebabbaro in particolare sembra registrato per sbaglio mentre fa la doccia - insaponandosi le palle) non si capisce bene cosa cavolo dovrebbero essere, una via di mezzo [4] tra lo sciapume melenso della boy band per carampanine (la loro naturale disposizione pre X-Factor) e la compiaciuta sboroneria bizzarretta alla Bluvertigo (l’impronta morganiana). I fan - per lo più ragazzine infregolate - li adorano per due motivi, o perché 1) il truzzino e l’originaletto sono boni, e allora “avete mai sognato gli Aram?” (risposte: baci, pomiciate, matrimoni, apparizioni in classe durante l’ora di filosofia) e “ma Antonio vi piace perché è bello o perché è bravo?” (”beh perché è bravo e poi è anche bello che non guasta”), oppure perché 2) sono rimasti conquistati dal loro io-sono-originalismo annacquato a prova di deficiente, ed è significativo (ed esemplare dell’interesse suscitato da Morgan) l’atteggiamento di molti aramquarteristi che si vantano d’ascoltare certe cose secondo loro esotiche e molto fuori dal comune (oltre ai citatissimi - chissà perché - Yes e Who, c’è persino chi vanta esoterismi del calibro di Strokes, Tenco, De André e Battisti - eh, Battisti). Il disco appena uscito (che contiene il best of degli urletti da cover più il singolo ineditissimo [5] firmato Morgan) non è importante che venda milioni di copie, perché nel carampanismo aramquarteriano spicca un forte sentimento di rassegnazione siamo troppo avanti e nessuno ci capisce [6] per cui non è che le canzoni fanno schifo, è il mondo stupido e ignorante che non è ancora pronto (”Bellissimo brano, purtroppo non per le masse”, “è un genere di musica ricercato… di certo non la hit da kantikkiare sotto la doccia”, “fanno riflettere… stimolano dissertazioni filosofiche”, “chi nn capire qst genere e qll di Morgan è xkè ha poco orecchio e di strada ne ha da fare…. ftti un pò di cultura musicale!”), e immagino sia quello che continueranno a ripetersi gli stessi AQ, tra ventanni (ma no, anche solo tra sei mesi), fischiettando Chi (Who) intanto che cacciano le pantegane nel retrobottega del bussolotto Kebab Vero Agnello.

E Giusy Ferreri, che meraviglia, l’ex cassiera che per imitare il vocione di Amy Winehouse - a cui non s’avvicinava minimamente, prima che la Winehouse facesse il botto [7]) - canta con tutto il reparto trombette da carnevale dell’Esselunga ficcato in gola (e il risultato è pessimo, forzato e sgradevole); e nonostante l’imitazione smaccatissima e l’evidente furbetteria degli arrangiamenti (sempre lì lì a un passo dal plagio di Back to Black), nonostante tutti i suoi irritanti artificiosi espedienti per rendersi più interessante (che tra qualche annetto, sicuro, c’avrà le corde vocali decomposte) nonostante il singolo sia banale e prevedibile come la fake-canzoncina che trovereste cantata dal personaggio di un cartone animato [8], i suoi ammiratori entusiasti ripetono ottusamente che “in Italia non abbiamo cantanti con questo timbro di voce e se ce ne sono ne abbiamo uno su un milione” e che “siamo stufi delle solite vocette insulse alla Giorgia” e che “ha una voce originale e un grande timbro…. ce la vedrei molto bene in un film di Almodovar vero?” e il suo disco e il suo Non ti scordar mai di me sbancano un po’ dappertutto (primi su iTunes, primi su ibs) come succede di solito ai taroccacci scadenti delle robe firmate, sempre popolarissimi: perché Giusy Ferreri è così, c’ha il futuro ristretto delle Crocs tarocche di plasticaccia biodegradabile che si trovano sulle bancarelle dei cinesi, verrà dimenticata in fretta e sostituita da qualche altro taroccaccio senza valore; i suoi ammiratori se possibile sono addirittura più cretini di quelli degli AQ e c’hanno spesso da ridire sul pigmalione avversario, “tenetevelo il vostro morgan…. non sapete tante cose su di lui… sul suo passato… cercate su internet e troverete notizie poco gradevoli!… morgan ha dei precedenti penali molto gravi e fossi al vostro posto mi vergognerei anche solo a vederlo…” e poi se gli si rinfaccia la sconfitta “non vi permettete a dire che non abbiamo votato perchè io ho fumato tantissime ricariche… se non sono servite mi dispiace” (al che gli aramquarteristi di solito rispondono sibillini “chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere!!!”).

[1] ma gli Amici defilippici almeno c’hanno un paio d’annetti di lavoro sicuro negli spettacolini teatrali creati ad hoc, a cazzeggiare con Platinette e gli attori decaduti ex-cocainomani - e poi insomma alla fine c’è pur sempre quel canile di Buona Domenica che prende su un po’ tutti i peggio scartoni Mediaset, beati loro
[2] ah c’è una cosa sul ridicolo buffoncello che m’ero scordata di raccontarvi la volta scorsa: c’avete presente questa sua mania - chissà da chi l’ha orecchiata, poveraccio - di darsi l’aria d’averci qualcosa di molto complicato e fantasioso nella testa per cui ogni volta che non c’ha niente da dire prende una frasetta che ha appena sentito e la ripete invertendone le parti, oppure prende una parola e la trasforma in un altra, aggiungendo o trasformando qualche lettera, il tutto producendo dei nonsense idioti che non c’entrano niente con quello di cui si sta parlando, sempre però accompagnati da quella sua faccetta soddisfatta e un po’ sorniona di chi la sa lunga e chissà cosa voleva intendere; ecco, mi ricordo una volta ad X-Factor che è stata memorabile, la Ventura lo sfotte per la sua pignoleria dicendogli “ti chiamerò Magda” e lui che si vede, non capisce il riferimento verdoniano e si risente, vuole ribattere umiliando la Ventura col raffinato colpo di scena del giochino nonsense idiota - qualcosa che lei non capirà mai! mai! - e però non gli viene in mente come cavolo fare, si mette a balbettare “e io… io… io…” finché poi la scimmietta ammaestrata gli toglie la parola proprio quando sembrava aver capitolato su un geniale nonsense automobilistico, s’è sentito appena: “e io invece ti chiamerà maZda”
[3] e si gode il meritato feedback pubblicitario scoattandosela coi vecchi compagni di mentecattaggine - che cominciano ad approfittare per giunta di una ripugnante ondata revival anni novanta - e suonando con la sigarettina che non è facile ma è FIGHISSIMO
[4] delle due direzioni, per miracolo, riescono a prendere il peggio dell’una e dell’altra (così che non convincono del tutto le carampanine - troppo strambi - e non convincono del tutto gli indie-scemi -troppo poco strambi).
[5] ah sì, la storia “questo pezzo l’ho scritto su misura per gli Aram” era una stronzata: il testo l’ha tirato fuori da una roba scritta dieci anni fa - sono gli stessi fan di Morgan perplessi che si chiedono “ma è una presa per i fondelli?”
[6] alimentato dalle cretinate fuori luogo che sparava Morgan in trasmissione del tipo - alla Maionchi, che c’aveva qualcosa da obiettare - “tu non avresti mai prodotto i Pink Floyd!”
[7] quando ancora si faceva chiamare Gaetana (eh?) e cantava Il party (a me piace un sacco il pezzo delirante in cui dice “dove si fa l’amore anche in tre, dove ci si ama anche in tre, dove si ama anche in più di tre”) - grazie Mattia
[8] è interessante notare che tutti i singoli donati ai concorrenti dagli “artisti affermati” non contengono mezza - dico mezza - buona idea: sono tutte risciacquature di risciacquature di robine già sentite


Coppia malvestita #36 - malvalelle boho-chic

malvalelle boho-chicQuale sublime combinazione pendantizzante, quale precisissimo sincronismo malvestito! Guardatele qua, le nostre malvalelle in coppietta, come impiegano assieme - spartendosela - tutta la gamma dei pezzi fondamentali dell’armamentario boho-chic: quasi quasi mi viene da crederci, che le cose vanno proprio come in quei telefilm arguti e simpatichetti coi gay nevrotici giocherelloni frivolucci un po’ isterici con la manina floscia le espressioni buffe e gli urletti (e allo stesso tempo ehi non scherziamo, in realtà profondamente consapevoli e spesso turbati e dall’animo triste) ma poi soprattutto - soprattutto! - veri assi impareggiabili del fashionume vanitosetto, omo-segugi gran fiutatori di trendinezza modaiola a diecimila miglia di distanza e infallibili maestri di stile (il che andrebbe sempre possibilmente espresso con un siparietto di sdegnosa superiorità biasimante nei confronti di qualche inqualificabile trasandatona di cui prendersi gioco) - sarà questo che ha permesso alle nostre due malvalelle una così sovrumana boho-chicchizzazione di coppia, è stato merito della gayanza? Dev’esser stata la gayanza.

E così c’abbiamo tutto, metà per l’una e metà per l’altra: quella di destra che impersonifica la sciccheria (vestaglietta kimonesca alle ciliegie con superfascione elasticizzato - 1 - fuseaux - 2 - ballerine con tripla filettatura taglia uova - 3) e quella di sinistra la bohemeria (canottierazza senza reggipetto mostra convessità anoressiche - 4 - Ray Ban Wayfarer versione bianca, i soliti, disperatamente vintage originaletti - 5 - jeans viola strettissimi a zompafosso - 6 - cappello ergo sum cosparso all’interno di marmellata - 7 - e appunto, la cima dei capelli intrisa di marmellata - 8).


Coppia malvestita #35 - malvalelle carrellate

malvestite fricchettone con carrello della spazzaturaE mica pensavate che mi fossi dimenticata delle malvalelle, figuriamoci, me le stavo giusto tenendo buone per concludere (finalmente) la nostra lunghissima saga gaypraidara. Le ho divise in tre classi: 1) le malvalelle fricchettone io-sono-originale - per l’appunto, la coppietta carrellata qua a sinistra - e 2) le malvalelle trendyne boho-chic e 3) le malvalelle charlesbronson - di cui ci occuperemo nei prossimi giorni.

Malvalelle fricchettone io-sono-orginale come queste, si capisce, fanno della lellaggine (o, più spesso, del loro straproclamato - mai praticato - bisessualismo) il fiore all’occhiello di tutto un complesso apparato di trasgressivume spettacoloso di impronta underground-bbestia-reivaiola, il solito sistema di rappresentazione enfatico-adolescentella yeah-quanto-so’-diversa-e-rintronata composto da un bel po’ di malva-artifizi ad effetto quali, nello specifico, il polipone defunto spiaccicato sul capoccione rapato a mo’ di toupet (1 - previa impanatura con tuorlo d’uovo e fango), il portacellulare di canapa col punto-croce a fogliolina (2 - “è illegale perché altrimenti le multinazionali si fottono… con la canapa puoi facce er petrolio e er la carta e er la plastica e oh è pure proteica se te la magni!”), i piedi naturisticamente scalzi provvisti di suoletta anatomica Dr. Scholl’s di sputi pisciate puntine da disegno e sporcizie assortite (3), la micro-gonnellina inguinale jeans tutta smozzicata (4 - con le mutandine al neon che lampeggiano provocanti), le magliettine con réclame della birra perché le vere malvalelle underground nella birra ci intingono le macine a colazione (5 e 6 - quella a destra, per accentuare il suo rudismo mascolinizzante, s’è messa la magliettona da calcio xxxl), gli immancabili anfibiazzi (7 - col laccetto rosa kidultante) e i pantaloncioni mimetici da vero macho (8) e soprattutto il carrellone del supermercato (9) decorato col lenzuolone dell’Arcigay tutt’intorno e un sacchetto gonfio della spazzatura e il fiocchettino rosa (niente male, ma tanto non c’è lella né ornamento originalone che tenga, il carrello malvaccessorizzato c’ha senso in un modo soltanto: come borsettina di Tod).


La gonzo-imprenditorialità del Papponcino Rampante:
Matteo Cambi, Raffaello Follieri

Accipicchia che settimane di passione per l’Associazione Italiana Papponcini Rampanti. Raffaello Follieri prima e Matteo Cambi poi: giovani promesse di categoria spazzate via così, in un soffio. Va be’ che ormai c’abbiamo fatto l’abitudine, ogni tanto si sa cascano un paio di teste, sono cose che capitano in un settore rischioso come il loro, quello della gonzo-imprenditorialità truffaldina e facciadiculista costruita su smisurate quantità di nulla ricoperte e impreziosite da una crosticina sottile sottile di cacca al sapore di cioccolato, e quindi sì insomma, il gabbio è un imprevisto da tenere sempre in considerazione, ogni tanto uops si pesca la carta “andate in prigione direttamente e senza passare dal Via” - non c’è niente da fare, su millemila Papponcini che ci provano magari sì in parecchi finiscono per godersela qualche annetto sulla cresta dell’onda, ma ce ne sono pochissimi che riescono a cavarsela più o meno indenni fino alla pensione, fino al grado di P.A. Papponcione Anziano (e che cavolo mica è una cosa da niente, diventare uno come Flavio Briatore).

Matteo Cambi e Raffaello Follieri l’hanno capito perfettamente come funzionano le cose e wow sono stati portentosi nella pratica: le attività i luoghi e i giri più in voga nello sfoggio coatto d’arricchimento sballone, qualche P.A. cogli agganci giusti che fa da protettore e chaperon, una o più starlettine al guinzaglio da scarrozzare ai giardinetti, le gossippate copulatorie in combine sulle rivistucce parrucchieristiche, un’eccessiva sfacciata ostentazione di ricchezza e successo; e poi certo il prodotto, quel qualcosa da vendere che t’ha fruttato i milionazzi di euro, la fake-azienda di cartapesta con la nonna amministratore delegato che ti permette di vanitoseggiartela da imprenditore vincente sono-un-modello-per-i-ragazzi mi-sono-fatto-da-solo tutto-questo-me-lo-sono-meritato: il prodotto in sé ovviamente ha pochissima importanza, anzi è un fattore direi quasi trascurabile, ciò che conta è la reputazione del marchio, il mondo in cui lo si racconta - la crosticina al sapore di cioccolato! - sono le pubblicità strombazzevoli “leader nel settore” e il pierringume scatenato e il suo grado di pervasività sponsorizzante in quello stesso universo parallelo di esibizionistico squallore vipparolo.

E di certo tra la folla sgomitante di Papponcini in carriera Matteo Cambi e Raffaello Follieri fanno la loro porca figura: perché in fondo sì, sono stati degli innovatori mica da niente, unici e persino geniali, a modo loro. Matteo Cambi per cominciare, faccione ebete stempiatura ingelatinata coi rivoletti di blob che gli scorrono sulla fronte e profilo da ratto - tipico physique du rôle del corteggiatore uomini e donne respinto alla prima puntata - è stato non soltanto uno dei fondatori e dei primi protagonisti del neo-yuppismo defilippiano tutto discoteche agenzie petti depilati promozioni televisive ed escort-vallettine, ma è stato soprattutto il grand’uomo che ha partorito questa trovata della schifezzetta magliettara mono-idea (”toh, prendiamo una Fruit of the Loom qualsiasi e c’appiccichiamo sopra col ferro da stiro uno schifo di simboletto qualsiasi”), è stato il mister Hula Hoop di questa generazione finto-fashionaria di inutili t-shirt coi mostriciattoli sopra (rane zoppe e famiglia) che campano in simbiosi coi più immondi e subumani programmacci televisivi - un miracolo di idiozia attira idioti attraverso idioti - per cui tutte le oscenità malvestite che si moltiplicano a vista d’occhio su fuoriusciti realitari e tettine da calendario e comparsate buonadomenicali e spottini infra-defilippari (senza del resto alcun apparente tornaconto economico - ehi, chi se le compra? nessuno se le compra), be’, sono merito suo (e chissà che il processo per bancarotta fraudolenta in arrivo, forse, non ci sveli il trucchetto magico che c’è dietro).

Molta meno spudoratezza bburino-blingbling per Raffaello Follieri, ok, ma secondo me non c’è storia, ha dalla sua qualcosa di perversamente grandioso che non si batte. Dai, parliamo di un ex studente d’economia col testone lunare da pacioccone buono (una specie di Ricucci disintossicato e de-culettizzato) che dopo aver tentato la strada dell’industria cosmetica (pronti partenza fallita) se n’è andato negli USA facendosi passare per un ammanicatissimo potentone vaticano: seguendo alla lettera i dettami del manuale delle Giovani Marmotte Papponcine (1, se vuoi farti credere un grand’uomo di successo, raccontalo) s’è preso a scrocco l’appartamentone stratosferico e i macchinoni stratosferici e la fidanzatina stratosferica, andava cianciando dei suoi incredibili traguardi filantropico-finanziari (2, qualsiasi cosa ti chiedano, tu ripeti “leader nel settore”), s’è viscidamente slumacato qualche importante riccastro a cui inculare l’agendina coi numeri di telefono, si portava a spasso l’amichetto delle elementari omonimo del mega-cardinalone Lupp-Mannar (3, guarda i primi trenta minuti de Il distinto gentiluomo) e a colpi di smargiassate colossali tipo “diecimila bambini vaccinati in Africa” e “io il Papa lo chiamo Drugo” è riuscito a farci cascare un po’ tutti, Bill Clinton e un mucchio di altri pezzoni grossi. Una variante su scala mondiale della gonzo-imprenditorialità da Papponcino Rampante, che sostituisce alla commercializzazione rincoglionita della tivvì spazzatura la smania all’investimento facile facile e i più cretini meccanismi d’umanitarismo wannabe delle fondazioni passatempo di questo o quel Papponcione mmerigano: e non si tratta più nemmeno di magliettine paravento, di uno stupido marchietto da appiccicare qua e là, Raffaello Follieri semplicemente non vendeva un bel niente se non la sua immagine da riccastro impomatato e la sua storia di finti successoni professionali, ovviamente certificati dalle amicizie showbizzare e dalle Bentley e dall’attico grattacielaro e dalla topa figosa e dai viaggioni sugli aerei privati. Incredibile che un Papponcino Rampante così abile e truffaldinamente globalizzato sia partito da uno stortignaccolo modestissimo paesino di provincia, no? O no, anche no, considerato quel suo illustre ben più noto concittadino ad honorem: San Sòla.


I Tudors: quando le damine andavano in Francia
a fare gli erasmus in pompinologia

Non ho capito bene per quale motivo - a parte i figaccioni in mutande che si scambiano occhiatine trucide da veri burberi sex symbol rinascimentali - ma c’è un sacco di gente che non vede l’ora di sciropparsi questa nuova serie, I Tudors, che io posso dirvelo subito: è una porcheria [1]. Prendete un manipolo di zitellone vergini subacculturate abbonante al club degli editori (con la prenotazione mensile fissa sulle sezioni Rosa / Avventure sentimentali / Passione sottomessa), dategli come unica fonte e riferimento di levatura storiografica il sussidiario delle elementari e sì, toh, un paio di parodie di Topolino, metteteci pure l’inserto di Le Ore dedicato alla trasposizione softcore della - ehm - Spada nella roccia, e a quel punto ok, commissionategli la sceneggiatura di un drammazzo televisivo sulle avventure del despota cattivone e plurigamo: e oplà, eccovi I Tudors.

il re enrico VIII come la gallina ministro delle pari opportunità, ipnotizzato

E infatti, appunto, gli ingredienti sono quelli tradizionali del romanzaccio polpettone storico-sentimentale che mescola e pasticcia un’infinità dei soliti marciti cliché del genere Accidentaccio Che Intrigone A Corte, a cominciare dai personaggi ipersemplificati appiattiti sul modello dei classici protagonisti che tramano e si contendono le sorti dell’Intrigone, per cui c’abbiamo il cardinale bastardo (che fa finta di essere un umile servo di sua maestà ma che invece è un Richelieu stronzetto bugiardo unto e maneggione, c’ha la testa sempre un po’ bassa e ti guarda di sottecchi coll’occhio furbo e il sopracciglio che si inarca malignetto), l’intellettuale umanista parecchio pirla (con la faccia pulita e sincera che s’oppone alle ciniche subdolezze del cardinale - quando gli capita di capirle, ché di solito è davvero parecchio pirla - e sì insomma, sul sussidiario c’era scritto di un suo libro che si chiama Utopia, il cardinale maneggione e il culetto sodo del fustaccionenon può che essere un povero ingenuotto rincretinito il cui lagnoso idealismo un po’ coglione lo rende soggetto a continue delusioni), la regina tardona innamorata che si strugge non corrisposta (e qui è evidente la malinconica partecipazione autolesionista delle sceneggiatrici zitellone, per cui la regina non è soltanto l’oggetto per lo più indifferente di un matrimonio politico - bleah, che roba crudamente prosaica [2] - ma un’amante fedele e remissiva dall’espressione addolorata che farebbe di tutto per conquistare il cuore del suo tradimentoso maritino), una schiera di amichetti regali mascelluti e fustaccioni [3] col taglio all’ultima moda e la barbetta incolta (possibilmente impegnati in attività muscolari che ne richiedano il parziale o totale ignudamento con goccioline risplendenti di sudore sul torso depilato), il pallido compositore Shine-Alleviano (timido magrolino e mezzo autistico, col capello lungo spettinato e lo sguardo sperduto di chi si astrae in pensieri d’elevata artisticità), un branco sterminato di damigelle pin up che alternativamente pettinano la regina e chiavano col re, le altrettanto fighissime pretendenti al trono che al re gliela fanno annusare in tutti i modi ma prima di dargliela vogliono incastrarlo (ed è tutto un bailamme di esterne defilippiane coi flapflap da cerbiatto e le strusciatine e le frasucce impertinenti), e poi ovviamente c’è il re, un incallito seduttore che è il più bello e il più forte di tutti, arrogante coraggioso prepotente e manesco, con un fisico perfetto (ma non banalmente ipervirile come gli altri, muscolosetto sì ma romanticamente androgino il tanto che basta) e con quel suo sguardo magnetico di sgranata vacuità tossicomane [4] che accidenti, nessuna zitellona può resistergli.

Un gruppone di prevedibilissimi sfigatoni sviluppato sul canovaccio di un periodo storico svuotato di tutta la sua complessità e ridotto ad un instupidente susseguirsi di eventi e decisioni basate su beghette narcisistiche da quattro soldi [5], sul giramento di palle e sulla vanità idiota del reuccio, nel migliore dei casi su qualche favoletta moralistico-pacifista dell’intellettuale pirla o sulle aspirazioni wannabe-papali del cardinale maneggione; del mondo reale non c’è manco l’ombra, nei picchi di massima cerebralità s’arriva appena appena a genericissime considerazioni politico-gestionali che nemmeno nei più infantili videogiochi strategici stile Civilization (livello straprincipiante con handicap: Umberto Bossi), cose tipo “dobbiamo fare le navi più grandi” oppure “non è una cattiva idea pacificare il mondo, anche se a dire il vero conquistare la Francia mi quentin tarantino viaggia nel tempoattizzava di più” oppure “sire se attacchiamo la Francia mi sa che qui tocca aumentare le tasse” (al che lui, il re, che nemmeno sta ascoltando - è il cardinale che parla - taglia corto andandosene scocciato “sì sì va be’, fai come ti pare” perché c’ha una pupattola sul fuoco): e se poi alla fine si decide che bisogna dichiarare guerra alla Francia, ok facciamolo, ma solo perché quel minchione del re ha perso a botte con Francesco I [6] e vuole fargliela pagare - e meno male che dalla parte dell’Inghilterra c’è il mega-sovranazzo Carlo V, un altro abile desposta d’altissima caratura politica (”mamma mia che belle navi c’hai Enri’”) che siccome nelle figure sul sussidiario c’ha la scucchiona record non bastava appiccicare sulla faccia dell’attore una protesi alla Quentin Tarantino, no no - ché magari poi le zitellone a casa (senza sussidiario) non colgono - deve anche farci il simpaticone autoironico che alla prima occasione ci scherza su: “voi mi piacete già” gli dice Enrico, e lui “a parte il mio mento, cosa ho che non possa piacere?”. Ma insomma cosa volete, sono quisquilie: chi se ne frega dell’Inghilterra e della Spagna e della Francia e di Martin Lutero e della Chiesa e di Milano e di tutto il resto, chi se ne frega? Non sono altro che faticosi riempitivi tra un intrallazzone amoroso e una tresca e una sveltina e un adulterio e i diecimila matrimoni e così via, per arrivare ogni tanto fin là, al climax zitellesco: il sesso.

cos'hai imparato in Francia?E magari ce ne fosse, almeno quello, un po’ di sesso divertente. E invece no, è stupido e banale come tutto il resto: perché il sesso funziona eccome, le zitellone s’immedesimano e s’emozionano e diventano rosse rosse e avanzano curiose puntata dopo puntata (chissà chi tromba chi, chissà se riuscirà finalmente a farsi quella squinzia civettuola della Anna Bolena), ma sempre e soltanto nella sua forma corretta e patinata, quella seriosa ed enfatica da riquadrino rosa della copertinetta Harmony - perché la zitellona deve sì provare un brividino di trasgressione, ma non al punto da ritrarsi scandalizzata - corpi perfetti lisci e ben torniti che copulano appassionati nel morbido avvampare delle torce (oppure che so - tu guarda che scenario bollente - nel galeone in tempesta alla luce dei lampi apocalittici), qualche botta di esplicito abc kamasutresco qua e là (una pecorina nientemeno - giusto per far ammirare alla zitellona delirante i riflessi delle candele sul culetto sodo del fustaccione) ma tutto sempre nei limiti della tipica mediocrità fictionaria, persino un puttaniere come il re che c’ha una carriera ormai ventennale di trombatore assatanato lo fa ancora regolarmente uno contro uno nel modo più scontato possibile, sempre concentratissimo e con una presenza di spirito da overdose viagresca, ed è addirittura così fesso che quando la damina (Maria Bolena) reduce da un lungo soggiorno in Francia gli fa un pompino [7], OOOH, rimane sconvolto dall’esoticissima pratica.

[1] lo so che viene naturale, ma eviterei di paragonarla con la fiction in costume di casa nostra (Rivombrosa e compagnia), troppo facile sennò, il divario è mostruoso: ma che c’entra, la fiction italiana è, è, accidenti non so come dire, è, è, ah ecco, è il percolato delle discariche dell’inferno
[2] ah e poi, sì, in realtà avrebbe appena sei anni in più di Enrico VIII, ma hanno scelto (e truccato) un’attrice che ne accentuasse il vecchiume (rispetto a lui, poi, che sembra un hooligan adolescente), così da inasprire la tragedia zitellesca
[3] è come nei fumetti di cinquantanni fa, sono tutti magri belli e figosamente azzimanti tranne i viscidi cattivoni - quelli no, sono brutti grassi e scemi, magari pure rosci
[4] a proposito di occhiatine trucide, è insuperabile quella da ipnotizzatore di galline (no, meglio: da ministro delle pari opportunità) che esibisce Jonathan Rhys-Meyers nella sigletta d’apertura, qui
[5] è ironico in questo senso che lo slogan della serie mostri certe ridicole pretese: “pensi di conoscere una storia ma sai solo come finisce… per arrivare al cuore della storia devi tornare alla sua origine”
[6] uno dei miei pezzi preferiti è quando Francesco I lo provoca dicendo “noi francesi abbiamo i più grandi pittori, i più grandi musicisti e i più grandi poeti” - e fin qui Enrico rimane impassibile, tanto non gliene frega niente - “tutte le più grandi menti filosofiche, ingegneri e architetti” - e pure qui niente, chi se ne frega? - ma quando poi Francesco la butta sulla brutalità, “persino i nostri lottatori sono migliori dei vostri”, allora Enrico si incazza come una biscia e non resiste, deve sfidarlo ad una gara di schiaffi
[7] “ditemi: quali arti francesi avete imparato?” le chiede lui, e lei “ho il permesso di vostra maestà?” e lui “accordato” e lei: giù (e sì sì lo so che il pompino era bannato perché anti-procreativo ecc. ecc., ma per favore, stiamo parlando di Enrico VIII, su: doveva mica aspettare l’ultima scemina ex-erasmus, per un pompino)


Malvestita #331

malvestita con la maglettina saracinescaQuasi sempre con le malvestite lo si capisce a una prima occhiata che non c’è dubbio, sono tragicamente sceme (e in effetti non c’è dubbio nemmeno a una seconda e una terza occhiata, non ci sarebbe dubbio nemmeno facendole gareggiare contro uno scimpanzé al gioco del metti il solido geometrico nel buco giusto - finirebbero soltanto per strozzarsi col dodecaedro), ma osservandole con attenzione capita a volte che persino i casi più disperati rivelino insospettabili guizzetti d’ingegno simil-umano. Eccone un bell’esempio, la nostra malva trecentotrentuno - che ha passato tutta la giornata avanti e indietro per saldi e saldissimi (1), tra il caldone sahariano fuori in strada e il gelo condizionato di negozi e grandi magazzini; e però come sapete il dogma malvestivo prevede che ci si ignudizzi sempre e il più possibile - una felpa, un maglioncino? anche se volesse, nella microborsetta coi taschini spiattellati (2) non c’entra un bel niente (è un fake, le zip manco s’aprono) ed è impensabile che si leghi qualcosa in vita occultando il morbido sculettìo dello shortino attillato (3) - e poi c’è questo filo dorato bburinissimo che le taglia sorridente il pancino piatto (4) di cui la nostra malva va fierissima (col neo - 5 - e l’ombelico che completano l’emoticon addominale) e vuole mostrarlo a ogni costo; parrebbe quindi una inestricabile situazione di stallo (polmonite) ma invece no, la nostra malva ha escogitato una soluzione brillantissima, ispirandosi al mito classico del ciccione trasandato con la saracinesca alzata sul pancione etilico, tadàn, s’è inventata la magliettina arrotolabile (6) che si trasforma in toppino, ai saldi giù e in strada su.

E va be’, ho detto tutto? Il braccio espositore di donuts (7) e che altro, ah sì, le flip-flop sadomaso (8) col laccio annodato di pelle nera e la cordicella di pallini tra le dita, dolorosissima.


Coppia malvestita #35 - le prugnone secche

Da lontano m’erano sembrate uno di quei grumoni scuri fatti di spazzatura e alghe appiccicose che finiscono sparpagliati sul bagnasciuga, poi però avvicinandomi ho visto alzarcisi le nuvolette sbuffose (1) e ho pensato ai resti fumanti di un falò, e poi più da vicino ancora ho visto brillare l’enorme cornettone (2) e allora ho capito che c’erano due possibilità, la carcassa carbonizzata di un elefante o una coppia di semo-bburine iper-melaninizzate.

malvestite prugne secche

Patite dell’abbronzatura estrema con un sacco di tempo libero e niente da fare (spiaggia - tabaccaio - spiaggia - lascia stare che c’ho io due pacchetti), le nostre malve sono ad un passo dal superare il punto di non ritorno (cosiddetto Sunsweet Magda - in onore di una pioniera del prugno-secchismo: qui top-lessata) in cui l’extra-dopaggio di radiazioni ultraviolette trasforma la sensualissima venere color nocciola dei nostri sogni in una raggrinzita prugnona secca d’età indefinita: la malva di sinistra è parecchio in vantaggio sulla strada dell’essiccazione corporale, il che le garantisce una più intricata ragnatela di piegoline sbrindellose (3 - che al minimo piegamento la ricoprono tutta tipo siccità desertificante), mentre le tettine abbrustolite (4) che gli pendulano defunte sull’ombelico non sono in questo caso un buon termine di paragone, perché la malva meno incartapecorita ce l’ha chirurgizzate di fresco (5 - giurerei che gliele hanno riempite col das: ogni volta che c’appoggiava sopra qualcosa le restava l’impronta, bisognava rimodellare la tetta a mano con un movimento rotatorio tipo quello per fare le polpette) - e non lasciatevi ingannare dal mucchietto di cremine discount (6), non hanno alcuna funzione anti-melanomizzante, al contrario, se le spalmano addosso nella sola speranza che qualche loro inquinante esalazione contribuisca a spalancare il fastidioso ombrellone lassù dell’ozonosfera.


Malvestitecus derelictus (accelerati incredibilis)

Ok adesso una questione della massima importanza: ieri ho visto questa foto buffissima di Amy Winehouse versione Road Runner e me ne sono innamorata all’istante, così ho pensato che forse sarebbe stata adatta come gradino conclusivo della malva-evoluzione qua sopra, in alternativa alla Paris con le gambette ortogonali che insomma ci sta da un bel pezzo - e appunto la questione della massima importanza è: voi che ne dite, meglio prima?


Coppia malvestita #34 - aperitivo in spiaggia

coppia malvestita aperitivo in spiaggiaL’aperitivo in spiaggia coi cocktail figosi all’ultima moda (1 - nel prezzone maggiorato ci sono inclusi il gusto di pronunciarne il nome che suona così esotico così interessante e poi ehi la possibilità di iniziare stimolanti conversazioni da “oh ma che carine cosa sono quelle foglioline che c’hai nel bicchiere?”), il romantico tramonto che fa risplendere l’etnica casupolina-bar di plastica finto-bambù coperta dal tettuccio di filamenti d’amianto finto-palmizi (e con la barista ultraquarantenne giovanilista sfattona ex Valtur con la magliettina Staff il piercing al naso e i rastini raccolti sulla testa), è un’ottima occasione per monitorare le prime timide aperture delle strategie di corteggiamento tra adulti malvestiti (ottima occasione sì, sempre che nei paraggi ci sia una duna cespugliosa da usare come base e nascondiglio d’osservazione - di solito c’è, è la duna dietro la quale si va a fare pipì, quella dove cresce l’ortica che ficcano nei cocktail esotici all’ultima moda - perché insomma mai! un bravo malvadocumentarista non interferisce mai nei meccanismi dell’ecosistema malvestito).

Ecco qua per esempio una coppia di malvestiti [*] impegnati nei preliminari di corteggiamento. Lei ha subito riconosciuto in lui un partner virile forte sano e provvisto d’eccellente patrimonio genetico (per una prole di abbrustoliti e bitorzoluti petti di pollo) e sta quindi mettendo in atto la prima classica forma di smollicamento seduttivo, l’intesa cerebrale basata sul pigolio sconclusionato e sulle moine di viscido compiacimento “oh quanto sei divertente”: e che espertona! osservatela come si contorce estatica e ululante (il che serve tra l’altro a far scivolare la spallinetta discinta - 9), percorsa dai crampi di piacere che le procura l’acuto sottile umorismo di lui (è successo così, che lei stava pigolando dei superpoteri protettivi della sua cremina solare al cocco quando lui idiotissimo se n’è uscito con l’irresistibile progressione “cocco… cocchino… coccobello”, da cui l’esplosione d’orgasmo-ilarità): e osservate lui come se la sghignazza tronfio e orgoglioso della propria burlonaggine charmant conquista-malvestite, avrei dovuto gif-animarlo accidenti, ogni cinque secondi si autopompava inspirando tipo palloncino e si carezzava vanitosetto i pettoraloni calvi, ci mancava soltanto che pescasse un cubetto di ghiaccio dal cocktail esotico e se lo strofinasse sui capezzoli.

[*] mantellina per barbiere copribikini (2), pantaloncino culotte ex pigiama (3), filino del tanga che s’inarca sensuale fin quasi sotto l’ascella (4); folto intricato pizzettone che richiama subliminalmente il magico mondo dei testicoli (5), scuba superaccessoriato con manometro altimetro sfigmometro cronometro (6 - che è partito due anni fa il giorno che l’ha comprato, il cronometro, e ancora sta correndo a tutta birra, non ha mai capito qual è il pulsantino per farlo smettere), bermudone a bollicine con fascia addominale elasticata effetto pancera (7) e tatuaggiazzo pseudo-tribale che non ci si capiva niente, ma a me se vi fidate, boh, m’è sembrato di leggerci “sono un pirla” (8)